Verso le Icone di S. Nicola: la storia si chiarisce ed esige chiarimenti (di Daniele Macris)

Il notevole lavoro di ricerca sulla grecità del secondo millennio d. C. a Messina sta dando frutti copiosi, interessanti, inaspettati solo se si pensa alla superficialità o all’indifferenza con cui questo tema è stato trattato, almeno nell’ultimo secolo, in una città pur sempre greca: c’è stato un inspiegabile desiderio di oblio che, però, colpisce al cuore l’identità profonda della città e la priva del suo orientamento primigenio.

La chiesa di S, Nicola dei Greci, sulla via Garibaldi, viene distrutta dal terremoto del 1908 e abbattuta pochi giorni dopo il sisma, anche con l’intervento di marinai greci inviati per i soccorsi. Le icone della chiesa sono portate ad Atene e nel 1916 vengono comprese nella collezione del Museo bizantino. A Messina sopravvivono circa tre o quattro famiglie greche: Pallios, Kondaksis, Stathopoulos.

La ricostruzione della città non conserva alcuna memoria della comunità più significativa ed antica, certo non straniera nel senso comune del termine. Non un cenno alla chiesa, né una targa né un’epigrafe: nulla. Eppure i Greci a Messina avevano avuto un ruolo sempre attivo nella vita cittadina, come testimoniato ad abundantiam dagli studi di prossima pubblicazione nel catalogo delle icone.

Recentemente (2008) coscienziosi studiosi locali, in ambiti di respiro più generale, hanno pubblicato notizie e documenti importanti: G. Pracanica, nella “Breve storia di Messina. La città e la chiesa” fornisce interessanti spunti di approfondimento.

A p. 444 lo studioso ci informa brevemente sulla sorte della chiesa greco-cattolica di S. Nicola dei Greci in S. Maria del Graffeo, la vecchia Cattolica, sita in via I Settembre, nei pressi di piazza Duomo. Il papàs Cirillo Alessi morì e “il titolo fu pertanto dato ad una chiesa-baracca che venne realizzata al Dazio, ed affidata ai Domenicani, che erano ritornati in città, dopo l’espulsione subita all’epoca delle leggi eversive, a condizione che se dovessero tornare i Greci, la chiesa fosse restituita ad essi con un sacerdote di rito greco. Col tempo tale condizione è stata abolita”.

La condizione è stata abolita per timore che tornassero i Greci o per non farli proprio tornare? Certo non è stato un atto né nobile né lungimirante, come le vicende dimostrano. Inoltre, a proposito di S. Domenico al Dazio, sembra che per lunghi anni sia stata corrisposta una congrua di minore importo per il prete greco-cattolico che avrebbe dovuto celebrare, ma che esisteva solo sulla carta.

Gazzetta del Sud 30.12.2011 – Verso le icone di S. Nicola

La storia esige chiarimenti

La questione sulla stampa locale

Ulteriori notizie troviamo alle pagine 527-531 dell’opera di Pracanica, che dimostra, con puntuale riferimento a documenti, la volontà di mons. Paino di non “rimettere in vita l’Archimandritato, cioè la chiesa di rito greco a Messina, a prescindere dal fatto oggettivo che non ne esistevano le condizioni, poiché mancavano nella diocesi, assolutamente, sia il clero che i credenti di tale rito …. (Paino) attese oltre trent’anni, fino al 1963, per ricostruire il capitolo archimandritale. Solo, infatti, in tale anno nominò rettore e canonico della Cattedrale Archimandritale del SS. Salvatore, il salesiano don Francesco Ferlisi, nonché altri 11 canonici e 6 mansionari, come ricorda don Santo Russo nel bel libro che ha dedicato al SS. Salvatore. Naturalmente nessuno dei prescelti seguiva il rito greco! La motivazione effettiva fu dettata dalla necessità di poter fare assegnare, ad un buon numero di sacerdoti, la congrua da parte dello Stato, secondo quanto mi ha confidato uno degli interessati”.

E, nelle stesse pagine, viene ricordato che l’attuale istituto “Don Bosco” fu ricostruito come seminario del clero greco, mentre il convento di S. Anna come sede dell’Archimandritato e la chiesa annessa come cappella dell’Archimandrita. Viene riportato a p. 530 anche il prospetto del convento con tanto di scritta “Archimandritato” sul frontone della chiesa.

Dunque, i greco-cattolici, mal tollerati da vivi, erano molto utili, preziosissimi, direi, da morti. La città, a nome dei greco-cattolici, ha ricevuto edifici di assoluto pregio(Don Bosco, SS. Salvatore, S. Anna, S. Domenico), i preti latini hanno goduto della congrua come preti di rito greco, e la memoria è stata offesa, sepolta, ma non per sempre.

Ci permettiamo di notare che, pur se fossero sopravvissute 2 o 3 famiglie di rito greco, il rispetto per la storia della città avrebbe imposto un comportamento diverso. Oggi il prete greco-cattolico viene ospitato in un altare laterale di una chiesa latina, che di greco non ha nulla se non un’icona di fattura popolare. Il prete greco-ortodosso è ospite della sala della Chiesa Valdese e il prete rumeno-ortodosso è ospite della chiesa di Paradiso. Un prete della chiesa ucraina si è vista negata l’ospitalità dalla chiesa cattolica. Non è una situazione degna della storia e della cultura cittadine.

Proprio nell’Avvento del 2011 la protesta, silenziosa, ma ferma, del prete greco-cattolico, Antonio Cucinotta, ha assunto forme estreme: il sacerdote ha rinunciato a dire la liturgia, in attesa di una soluzione decorosa. È speciosa, quindi, l’obiezione dell’esiguità dei fedeli: un cristiano orientale, già in condizioni di subalternità sociale, non si sente attirato da una liturgia in un tempio latino e non vi si reca con piacere. Papàs Cucinotta ha comunicato per iscritto tale sua decisione e la Curia ancora tace, come sempre, negli ultimi anni, in cui il dialogo ecumenico e il rispetto per il rito orientale hanno toccato il fondo.

Rispetto della storia e della ricchezza delle tradizioni non è solo collocare l’icona della Madonna sull’altare maggiore del Duomo o i mosaici neobizantini nell’abside del Duomo, per dare così una venatura “orientale”, esotica, uno sbiadito riferimento, assolutamente straniante in un contesto allotrio, ad una tradizione che, invece, ha caratterizzato e può ancora caratterizzare la nostra realtà.

Rispetto è, invece, riconoscere la pienezza e la vitalità dell’apporto orientale: “l’Oriente cristiano ha un ruolo unico e privilegiato, in quanto contesto originario della chiesa nascente; le chiese d’Oriente sono interpreti viventi del tesoro tradizionale da esse custodito”… “perciò caldamente si raccomanda che i cattolici con maggior frequenza accedano a queste ricchezze dei padri Orientali” (Giovanni Paolo II, Orientale Lumen, 1995).

S. Nicolò dei Greci ortodossi non fu ricostruita, invece, perché le icone erano state portate ad Atene, si presume col permesso del luogotenente Mazza, e perché i Greci sopravvissuti erano molto pochi. Si comprendono le urgenze della ricostruzione, ma oggi è il momento di voltare pagina e di pensare a soluzioni dignitose per la città, al livello della sua storia e della sua cultura.

Forse dimentichiamo che erano ortodossi i primi soccorritori, i marinai russi? Oltre ad un’epigrafe e ad un tratto di strada semicentrale,  cosa onora la loro memoria? E la piccola, ma gloriosa comunità che si riconosceva nella chiesa di S. Nicolò dei Greci, garantita dalla legge 3942 del 19/3/1877, fucina di ingegni e di martiri per la libertà d’Italia, non è ricordata neppure da un’epigrafe!

Ma ben presto la solidarietà dei Greci si farà sentire: un gruppo di Salonicco, in visita a Messina il 28/10, ha già manifestato la volontà di impegnarsi per la ricostruzione della chiesa e nel primo semestre del 2012 verrà sistemato un tempietto votivo laddove sorgeva la chiesa di S. Nicola dei Greci, con l’icona del santo, dono di un benefattore greco, farmacista di Salonicco, ex studente presso l’Università di Messina negli anni Settanta.

La constatazione dell’arcivescovo ed archimandrita emerito, mons. Cannavò, che “la lunga presenza dell’Archimandritato di rito greco-bizantino, il traffico commerciale con l’Oriente, la tradizionale significativa frequenza di studenti greci nell’Università hanno creato, nel tempo, alcuni positivi rapporti ecumenici con le Chiese Ortodosse” (2008), deve tornare ad essere attuale, se è vero che i rapporti ecumenici tra l’arcidiocesi di Messina e quella ortodossa d’Italia, con sede a Venezia, da anni sembrano congelati. Eppure il vicariato di Roma nel 2000 ha donato all’arcidiocesi ortodossa d’Italia la chiesa di S. Teodoro al Palatino: vi sono due linee di approccio al medesimo problema?

In vista della mostra delle icone messinesi, ormai imminente, e che vedrà necessariamente e doverosamente coinvolta anche la gerarchia cattolica locale,  non è eccessivo sollecitare un moto collettivo di riconoscenza e di gratitudine che individui spazi e forme per risarcire, è il termine appropriato, tutta la città del patrimonio spirituale e culturale che le è stato, per colpevole incuria e negligenza, interamente sottratto.  La Comunità Ellenica dello Stretto sarà parte attiva di questo impegno per il risveglio morale e culturale della cittadinanza su questi temi importanti per l’identità cittadina.

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One Response to Verso le Icone di S. Nicola: la storia si chiarisce ed esige chiarimenti (di Daniele Macris)

  1. Jannis Korinthios ha detto:

    Finalmente, caro professore, si comincia a riparlare della comunità di Messina. Grazie a te e al tuo dinamismo. Chapeau!

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